Tadej Pogačar ha scelto di mettere temporaneamente da parte statistiche, vittorie e titoli per raccontare una verità più profonda della sua carriera, concentrandosi su Urska Žigart e sul ruolo decisivo che ha avuto nel suo percorso personale e professionale.
In una dichiarazione intensa e carica di sincerità, il campione sloveno ha voluto ricordare che il successo, soprattutto ai massimi livelli, non nasce mai dal solo talento individuale, ma da un equilibrio costruito anche fuori dalle competizioni.
Pogačar ha ribadito un concetto senza tempo, spesso dimenticato nello sport moderno, sottolineando come dietro ogni uomo di successo esista una donna capace di restare accanto nei momenti più difficili, quando i riflettori si spengono.
Secondo il corridore, Urska non è stata soltanto una compagna di vita, ma una presenza silenziosa e costante che lo ha sostenuto senza mai pretendere di occupare il centro della scena.
Ha raccontato che nei periodi di maggiore pressione, quando ogni gara sembrava un esame definitivo, la sua comprensione ha rappresentato un punto fermo capace di ridimensionare ansie e aspettative.
Pogačar ha ammesso che senza quel sostegno emotivo e umano, il suo cammino verso la vetta del ciclismo mondiale sarebbe stato molto più complesso e, in alcuni momenti, persino insostenibile.

Il campione sloveno ha spiegato che il ciclismo di alto livello non è fatto solo di allenamenti e vittorie, ma anche di solitudine, sacrifici e dubbi che raramente emergono nelle narrazioni pubbliche.
In quei momenti, Urska ha saputo offrire ascolto e comprensione, senza forzare soluzioni, permettendogli di affrontare le difficoltà con maggiore lucidità e serenità.
Essendo anche lei ciclista professionista, Urska ha compreso profondamente le dinamiche dello sport, rispettando stanchezza, silenzi e le inevitabili distanze imposte dal calendario agonistico.
Questa condivisione dello stesso mondo ha creato, secondo Pogačar, un legame basato su empatia reale, non su idealizzazioni, rendendo il loro rapporto una fonte di equilibrio costante.
Pogačar ha voluto sottolineare che il vero supporto non è fatto di grandi discorsi, ma di piccoli gesti quotidiani che aiutano a ritrovare normalità anche nei momenti più intensi.
Nel suo racconto ha deciso di mostrare un lato più vulnerabile, lontano dall’immagine dell’atleta invincibile che domina le classifiche e sembra immune a ogni forma di incertezza.
Ha confessato che anche lui ha conosciuto la paura di non essere all’altezza delle aspettative, soprattutto quando il successo diventa un obbligo anziché una conquista.
È in questo contesto che Pogačar ha rivelato un segreto rimasto nascosto per lungo tempo, ammettendo di aver attraversato una fase di profonda stanchezza mentale.

In quel periodo, ha raccontato, aveva seriamente considerato l’idea di rallentare il ritmo della sua carriera, non per problemi fisici, ma per il peso psicologico accumulato.
La pressione mediatica, le continue richieste di vittorie e la mancanza di spazio per sbagliare avevano iniziato a intaccare il suo rapporto con il ciclismo.
Di fronte a quel bivio, Urska non ha cercato di convincerlo in una direzione precisa, ma gli ha lasciato la libertà di riflettere e ascoltare se stesso.
Pogačar ha spiegato che quella libertà è stata fondamentale, perché gli ha permesso di sentirsi compreso come persona, non giudicato come campione.
Grazie a quel confronto sincero, ha ritrovato gradualmente la motivazione, riscoprendo il piacere autentico di pedalare senza il peso costante delle aspettative esterne.
Secondo il campione sloveno, questo processo di crescita interiore ha inciso direttamente anche sulle sue prestazioni, rendendolo un atleta più maturo e consapevole.
Ha sottolineato che il successo, se non accompagnato da equilibrio personale, rischia di perdere significato e trasformarsi in una rincorsa infinita e logorante.
Nel suo discorso, Pogačar ha voluto ricordare che la felicità non si misura solo con le vittorie, ma con la qualità delle relazioni che si costruiscono lungo il percorso.
Ha descritto Urska come una presenza discreta, capace di restare nell’ombra pur avendo un impatto enorme sulla sua stabilità emotiva.

Molte delle sue decisioni più importanti, ha rivelato, sono nate lontano dai riflettori, in momenti semplici condivisi senza pubblico né pressione.
Questa dimensione privata rappresenta per lui una forma di protezione indispensabile contro l’eccessiva esposizione che accompagna i grandi campioni.
Pogačar ha ammesso che parlare pubblicamente di Urska non è stato facile, ma ha sentito il bisogno di riconoscere apertamente il valore del suo sostegno.
Secondo lui, il contributo delle persone vicine viene spesso dato per scontato, mentre è parte integrante di ogni percorso di successo.
Il suo racconto ha colpito per la sincerità, mostrando come dietro l’immagine del dominatore ci sia un uomo consapevole delle proprie fragilità.
Ha spiegato che accettare questi aspetti non lo rende più debole, ma più completo, sia come atleta sia come persona.
Nel guardare al futuro, Pogačar ha chiarito che i suoi obiettivi non si limitano ai titoli, ma includono la crescita personale e la serenità.
Ha sottolineato che continuare a condividere il cammino con Urska rappresenta una delle sue certezze più solide, indipendentemente dai risultati sportivi.

In un mondo dominato da numeri, classifiche e record, le sue parole hanno offerto una prospettiva diversa e profondamente umana.
Pogačar ha ricordato che dietro ogni successo visibile esiste un lavoro invisibile fatto di pazienza, comprensione e presenza costante.
Il suo messaggio ha risuonato oltre il ciclismo, parlando a chiunque conosca il peso delle aspettative e l’importanza del sostegno reciproco.
Ha concluso ribadendo che il vero traguardo non è solo arrivare primi, ma riuscire a restare fedeli a se stessi lungo il percorso.
In questo senso, Urska Žigart non è soltanto parte della sua vita privata, ma una componente essenziale della sua storia sportiva.
La testimonianza di Pogačar ha ricordato che le grandi carriere non si costruiscono mai da sole, ma insieme a chi sa restare accanto nei momenti più difficili.
E proprio in quei momenti, lontani dagli applausi, si forgiano le basi dei successi che il mondo intero poi celebra.